Musica

Ne approfitto per fare un po’ di musica… Live – Sergio Caputo (1987, CGD-Warner)

A volte mi chiedo perchè mia madre non mi abbia partorito un po’ prima. Se fossi nato, che so, 35 anni prima, sarei andato a curiosare a Pompei durante le registrazioni del live dei Pink Floyd del 1972. Ma se fossi venuto alla luce anche solo 25 o 23 anni prima, io sarei andato a vedere almeno una tappa del tour di Sergio Caputo, tenutosi tra il 1986 e il 1987, nelle città di Firenze, Bari, Napoli, Roma, Bologna, Genova, Torino, Aosta, Milano e Fiorenzuola. Per mia fortuna da questo tour è scaturito un CD, il primo e finora unico live (se si esclude “La notte è un pazzo con le mèches, 2009”, che è un bootleg d’autore), dal titolo (secondo me già stupendo e intrinsecamente caputiano) “Ne approfitto per fare un po’ di musica“, che altro non è se non una citazione di “Spicchio di Luna”, contenuta nell’album. Ad onor del vero, nel CD è presente anche un inedito registrato in studio, la celeberrima “Il Garibaldi Innamorato” (sulla gestazione del quale andrebbe scritto un articolo a parte).

Ne approfitto per fare un po' di musica

La copertina del disco

Il risultato è una cavalcata tra notti borghesi e bohèmien, situazioni ai confini della realtà, pennellate con la consueta ironia e disincanto agrodolce, il tutto impreziosito dall’atmosfera magica di un cantato live (con le sue inconfondibili irregolarità) e supportato da una band perfetta, composta da alcuni tra i migliori musicisti della scena italiana, che avrò sicuramente modo di citare in seguito.

Voglio procedere raccontando il disco così come ci è proposto: dopo “Il Garibaldi Innamorato“, un inserimento sicuramente azzeccato, si parte con il live. L’introduzione de “L’astronave che arriva” è affidata alla batteria di Claudio Mastracci. In mezzo al groove s’incunea Julius Farmer e il suo basso, la cui linea grintosa e rotonda sostiene tutto il pezzo. Partono le tastiere e il caratteristico riff di fiati, poi la dinamica si smorza per lasciare spazio alla voce di Sergio, che canta uno dei pezzi più criptici e profondi della sua intera produzione.

La parte finale dell’Astronave è affidata al solo di tromba di Fernardo Brusco, al termine del quale la musica però non cessa: con un passaggio magistrale il ritmo della batteria si fa sincopato e dopo una bella rullata parte il riff, velocissimo e sostenuto, della chitarra di Michele Ascolese, riff al quale poi si sostiuisce il visionario testo di “Trio Vocale Militare“. La melodia cantata qui raggiunge la nota forse più alta di tutto il CD, e un finale tiratissimo è la degna conclusione di uno dei pezzi che, a mio parere, acquistano di più nella veste “live”.

Ma non c’è tempo per rilassarsi, la traccia 4 è “T’ho incontrata domani“, uno dei pezzi più amati dal pubblico di Sergio. Intro di tastiere, rullata e via con lo swing di questa storia d’amore e dinamite (eh già). E proprio sul tema del flirt, spiritoso è il sax di Wally Allifranchini, che esegue d’amblè una fuga di Bach. E prima di una lunga coda strumentale: “Signore e signori, la band!”

E’ la volta di “Spicchio di Luna“, che comincia sulle corde del basso di Farmer (un’introduzione davvero splendida) e prosegue tra i tasti bianchi e neri del maestro Sabatini, creando una dolce tensione emotiva che si risolve con le prime parole del testo, che vedrei adatte per descrivere ogni attimo di questo disco: “Piccoli sogni | in abito blu”. Il ritornello è catartico: “Ne approfitto per fare un po’ di musica, nell’ipotesi che mi ascolterai”. E questa mi pare una di quelle parti in cui la voce viene rinforzata in fase di mix; poco importa: questo è il pezzo più evocativo di Caputo, la sua cifra stilistica, l’ascolto è un’esperienza di benessere.

Booklet Sergio Caputo

La prima pagina del booklet del cd

“E dove andiamo adesso?” è la frase che apre uno dei pezzi più forsennati e tecnicamente più complessi: “Vado alle Hawaii“. E l’inconfondibile batteria ci disvela un Idroscalo esotico e dei musicisti ubriachi di rum che scivolano lungo scale melodiche, nonostante accordi di settima maggiore (che hanno sempre il loro charme). Il pezzo è breve e godibilissimo, una chicca.

Ritmi latini invece aprono le danze di “Hemingway Caffè Latino“, in cui i fiati tengono testa a una voce che tratteggia pensieri che divagano verso “passioni d’infanzia morte lì”, prima di perdersi del tutto in un bridge-ritornello introspettivo e radical-chic: “che me ne frega di te… sto benissimo! faccio una vita da re… come minimo”. E del resto si sa, son cose che ormai fanno parte del vivere.

L’ottava traccia è la riproposizione dal vivo della canzone più famosa in assoluto di Caputo, “Un sabato italiano“. M’ero tanto affezionato ai suoni campionati del synth del disco che quasi storco il naso ascoltando il riff eseguito da strumenti “veri”. La canzone non ha bisogno di presentazioni, è una gemma musicale, una di quelle che lasciano il segno al primo ascolto e non diventano scontate nemmeno dopo 30 anni e 3000 ascolti. La voce,sorniona e un po’ affaticata, s’intona perfettamente con il grigio del quadretto da pomeriggio invernale italiano. Una perla.

Mercy Bocù” è un’altra delle mie canzoni preferite. Il potere evocativo del testo è disarmante: le vediamo proprio, le vetrine piene di bigiotterie, le scarpe parigine, i reggicalze, i campionari di tappezzeria, un’ insegna verde menta… e anche lo stock di giapponesi diretto all’hotel (chissà se hanno già le macchine fotografiche).  “Ordino una Guinnes per la prima manche, forse sono triste ma il mio cuore non lo sa” è lo slogan di tutti i disillusi che, per quanto tali, non si scherniscono, ma surfano sulle increspature di una realtà triste ma non ancora inutile.

La jena si è svegliata” lascia molto spazio alla fantasia e a un’interpretazione che appare quanto mai accessoria, quando è la musica stessa a spiegarci: la voce funge da trampolino di lancio per lunghi soli di sax, che sembrano quasi dirigere la nostra immaginazione verso la soluzione: c’è una parte di jena dentro ognuno di noi, ma che bisogno c’è di far difficoltà? Tutto è complicato già così com’è…

L’undicesima e penultima traccia del disco è “Bimba se sapessi“, “Citrosodina” per gli amici. Un’altra canzone che tutti conoscono, e che convince anche nella sua versione live, introdotta da un piano frizzante e ben sorretta dall’ensamble di fiati che sembra rincorrere i due alcolici amanti fin dentro la cucina dell’appartamento, tra medicinali e avanzi del pranzo. Perchè ci sono tante sfumature anche nel colore delle scottature.

La chiusura del disco è affidata ad un’altra pietra miliare, “Italiani Mambo“, che libera endorfine già dall’introduzione di batteria di Mastracci, coadiuvato da Moreno Fassi al trombone, “che però stavolta suona le percussioni”. Uno dei pezzi più allegri e geniali della produzione “latineggiante” di Caputo. E’ bella la scelta di chiudere il concerto tutti insieme al Tahiti Bar, sognando di diventare ricchi domani e di partire (felici in fondo di quel che siamo). Musica leggera, italiani, mambo!

Insomma, un disco di altissimo livello; consiglio a chiunque non lo conosca ancora di reperirne una copia, perchè merita davvero. Di musica se ne può parlare tanto, ma solo ascoltandola se ne comprende fino in fondo la portata culturale, emotiva, immaginifica. Dal canto mio, spero di poter vedere presto un concerto di Caputo, è una cosa che ormai devo a me stesso!

Ragazzi su questo finale, così, indeterminato, vi saluto, e vi ringrazio, tantissimo. CIAO!

Sergio Caputo

Tags

andrea

Volevo solo essere Reggie Miller.

Related Articles

3 Comments

  1. Caro “Landrea”,

    ti scrivo qui perché su Facebook non é possibile scriverti.
    Ho capito ed apprezzato i tuoi complimenti ad un vecchio album.
    Ho solo tentato di spiegarti che, quando un artista che tu stimi si sta adoperando per promuovere un album nuovo, in particolare LIVE, non gli fai certamente un favore esaltando un live di parecchi anni prima che é in competizione con il nuovo album e gestito da una casa discografica che non paga niente.

    Una cosa che i fans ignorano é che noi facciamo molta fatica a sopravvivere con i pochi mezzi a nostra disposizione (tipo facebook) e quando stiamo promuovendo un album relativamente nuovo l’esaltazione di album vecchi é controproducente e addirittura dannosa.

    Detto ció ti ringrazio ancora per il tuo affetto ed apprezzamento del mio lavoro.

    Sergio

  2. Ciao Sergio,
    il commento è arrivato solo ora, non capisco perchè!

    Ti ringrazio tantissimo per avermi scritto, spero di incontrarti presto perchè devo farti firmare alcuni vinili (dai, ormai ce li ho!)

    Bon voyage

  3. Condivido al 100% l’articolo, altresì mi chiedo: “E’ possibile che non esista uno stralcio di video di uno di questi concerti Live?”…che grandissimo peccato!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close