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The Smiths (1984)

10 febbraio 2012

THE SMITHS è l’album migliore degli Smiths e di conseguenza Il Miglior Album Di Tutti I Tempi. Il primo album degli Smiths doveva essere il migliore. E’ il più immediato, il più fresco, il più puro e il più depravato. La sua forza e la sua intensità risiedono nel far venire alla luce, nello schiudersi degli occhi e del respiro, tutte le passioni e le ansie che avevano consumato Morrissey negli anni passati da solo a luci basse nella sua camera.

Come il primo singolo, Hand in glove, il primo album ha uno splendore evangelico, un’urgenza e una malizia che ti fa venir voglia di andare a rubare profumi preziosi dai negozi per spruzzarli alla fermata dell’autobus, o di startene sediziosamente a letto tutto il giorno con le dita nel naso. Con canzoni di una bellezza sconcertante come Still ill, Reel around the fountain, Suffer little children e I don’t owe you anything, THE SMITHS non ha fatto altro che reinventare il desiderio e trasformarlo in qualcosa di tangibile, qualcosa di comunicabile, qualcosa che può essere trasmesso, qualcosa che può essere afferrato, con l’effetto inevitabile di catturarne definitivamente l’essenza mutevole e fugace. La tanto lamentata scarsa produzione dell’album, a quanto pare motivo di grossa delusione anche per gli stessi Morrissey e Marr, suonava, e ancora suona, perfetta alle mie orecchie.

Quando i bambini sono arrabbiati e stizziti perchè non riescono a controbattere nelle discussioni con i propri genitori sul perchè dovrebbero fare o sopportare qualcosa che non vogliono fare, spesso protestano: “Non l’ho chiesto io di nascere!“.

The smiths cover 1984

Per tornare al disco, la sua mancanza di professionalità tecnologica, la qualità del suono, distante e un po’ attutito, soprattutto nelle parti vocali, anche il mixaggio rozzo che permette troppo spesso alla batteria di Mike Joyce di dominare, donano al disco un’innocenza e un’energia che ne sottolinea la grande profondità e consapevolezza, pur ricordando da dove proviene questo album: la stanza di qualcuno, il passato di qualcuno, la frustrazione senza fine di qualcuno. THE SMITHS mette in scena un’esplosione di ambizioni soffocate, desideri disattesi e aggressività repressa che può manifestarsi una-volta-nella-vita e non può essere ripetuta, neanche da Morrissey.

How soon is now?

27 dicembre 2010

E’ l’attacco prodigioso di Panic che fa scattare la gente. Balzano tutti, come tarantolati, e io che me li coccolo, e il sprono con voce stentorea, drammatica, vagamente oppiacea, quella voce che è Morrissey, e che certe volte, neppure Morrissey aveva…

C’è voluto del tempo, tanto tempo, e tante file vuote, tanta micragnosa voglia di farlo, di andare avanti comunque, ma poi, finalmente, i concerti sono diventati dei piccoli eventi, messe laiche per la tribù dei morrisseyani umbro-marchigiani, un passaparola tra adepti che si riconoscono al tatto, e allo sguardo. Quasi sempre triste.

E non potendo adorare l’originale, così distante, e finito troppo presto, finiscono per idolatrare questo strano clone che così follemente s’è impadronito dei loro cuori. No, io non sono un semplice coverista, e la nostra non è una semplice tribute band, e questo lo sanno bene, lo capiscono, lo sentono a pelle che io sono… sono uno di loro… e uno che davvero potrebbe pure sostituirsi a Morrissey, cazzo…

Specchietto retrovisore

Davvero, non c’è nessuno in Italia, in questo momento, che potrebbe rendere così struggente la storia di Back to the Old House, la gente resta così, in un silenzio spettrale, attonito e commosso, o l’incalzare sinuoso e trasgressivo di This Charming Man, cantata come neanche un Aldo Busi in overdose da assenzio avrebbe potuto, e poi The boy with the thorn in his side, allegra ma non troppo, e ancora Williams… urlata con furioso trasporto, quasi rabbiosa, e l’incedere marziale e sincopato di Girl Afraid, e poi, ancora, Cementry Gates, cantata da tutto il pubblico, quasi fosse un momento liberatorio… E io, come un Cristo appeso a una croce d’autoironia, che canto Heaven knows I’m a miserable now… oppure sparo a mille l’inconfondibile urlo. “I’m livin a sign” di Vicar in a Tutu, dilatando le note sino allo stremo, e in quel momento sentendomi il Re del mondo intero. E sì, diamine! Io ne sono il segno vivente.

Non sono sempre stato così, anzì. Gli inizi erano solo un ammasso di platee vuote e indifferenza, di urlacci del pubblico verso la mia teatralità spiazzante e ambigua, e io che ricambiavo allegramente, mostrando un dito o una regale indifferenza…

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There is a light that never goes out – The Smiths – Traduzione “ragionata”

7 novembre 2009

Buongiorno a tutti, perdonate l’assenza di questi giorni per cause indipendenti dalla mia volontà: tuttavia ho anche lavorato per voi.

Ho avuto modo di leggere due libri, entrambi molto significativi secondo me, e che vi consiglio: “Il margine sugli ossibuchi” di Davide Tessari e “Trainspotting” di Irvine Welsh.

C'è una luce che non si spegne mai...…C’è una luce che non si spegne mai…

Ebbene, in entrambi i libri (soprattutto il primo, in cui gli Smiths e Morrissey hanno un ruolo centrale) questa canzone, bellissima, è citata più volte, e come sempre vorrei cercare di rendere meno “fredda” e meccanica la traduzione del testo… Ci provo!

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