Archivio della categoria: Vita Reale

Happiness is real only if it’s real

15 novembre 2011

Quest’estate ho percorso quasi 2000 km con una Vespa del 1980, motore due tempi, quattro rapporti. In una settimana.
Vespa 125 Primavera 1980, questo è il nome tecnico; percorrendo solo strade statali, mai autostrade o extraurbane principali.
L’ultimo giorno ho percorso 700 km, per tornare a casa, dalla Svizzera a Perugia.
E, a parte che mi sono quasi perso a Bologna, ce l’ho fatta.
Però non mi sono quasi mai fermato, era la giornata più calda dell’estate e avevo fretta di tornare a casa.
Sono partito alle 7.30 e sono arrivato alle 20.
Il giorno dopo, il 28 Agosto, sono stato davvero male fisicamente: <lista di sintomi più o meno gravi>.
Ho sfidato il mio fisico e ottenuto un pareggio: ho sì portato a termine l’impresa, ma con strascichi poco gradevoli e non augurabili a nessuno.
Per cui ho pensato “non è più il caso di fare queste cose in futuro“.

Vespa 125 Primavera 1980

Lago di Como

Poi oggi ho ripreso la Vespa per fare un giretto.
E penso che ripartirei anche domani.
Anche per un giro più lungo.
Anche se è un freddo boia. Magari stavolta non mi ammalo.
Ho tanto caldo anche se è inverno

Ascolto pochi cd ma li ascolto bene. Chissà se rimpiangeremo anche questi giorni.

16 agosto 2011

Non mi piace l’Italia di oggi. Mi piace l’Italia che ha la Fiat Uno Start come auto di famiglia, a cinque porte che è più comoda; mi piace l’italia che va in vacanza al mare una volta l’anno, non quella che vola un weekend all’estero e si rifugia al ristorante tricolore. Mi piace l’italia in bilico tra la DC e il PCI, l’italia che va a votare in massa per il divorzio, che bestemmia e la Domenica va a messa, l’italia che va al bar sotto casa, l’italia che si stringe intorno alle vittime degli attentati mafiosi, l’italia delle spiagge libere e quella degli stabilimenti numerati. Non mi piace l’italia dei SUV bianchi, enormi ammassi di lamiera fredda, asettica; non mi piace l’italia che ‘i politici fanno tutti schifo’. Mi piace l’italia delle cabine telefoniche, delle strade senza lampioni, dei compromessi storici, dei campeggi sul Lago Trasimeno a Ferragosto con i sentierini illuminati dalle lanterne; l’italia che dorme in tenda e non nelle SPA, che prenota le vacanze per telefono e non compra i pacchetti tutto compreso ‘scegli tra tante destinazioni’. Non mi piace l’italia con la parabola sul balcone, la televisione sul soffitto e il frigo con il pannello a cristalli liquidi. Mi piace l’italia che coltiva tutti i suoi fiori, non solo i gigli, ma senza clamore. Mi piace l’italia con la termocoppia difettosa, le sigarette sul comodino e la Vespa in garage.

Bagno al Mare

Categorie: Vita Reale .
4 Risposte a “Ascolto pochi cd ma li ascolto bene. Chissà se rimpiangeremo anche questi giorni.”

Agosto è il mese più freddo dell’anno

29 luglio 2011

Agosto è alle porte, il sole è tornato a scaldare la finestra in queste giornate piene d’impegni e sogni che si gonfiano e poi piovono come le nuvole. E’ proprio vero che l’estate non è una stagione, ma uno stato d’animo. Per ora mi limito a sentirne l’odore, senza respirarne a pieni polmoni, come se aspettare la rendesse migliore. Luglio ce lo siamo giocati al videopoker, ma tu, estate, aspetta, non te ne andare, che dobbiamo fare ancora grandi cose insieme quest’anno, e non sono sicuro di poterti trovare dentro di me se tu ti nascondi.

Io e te siamo diversi ma uguali, ora che le mie distanze si allungano e te fingi di non capire le mie cose… Quel cd di Jang Senato che è estivo, ma anche no. Come noi, come tutte le cose.

Hello, my name is

Senza Luce

9 luglio 2011

Stasera ho incontrato un amico che non sentivo da un po’ di tempo, uno dritto, di quelli che non è facile ottenere l’amicizia ma che poi ci fai dei bei discorsi insieme. Quel tipo di persone piuttosto introverse con cui tendo ad andare d’accordo. Abbiamo parlato un po’ di tutto, quel tanto che è bastato perchè tornassi a scrivere qualcosa di personale dopo tanto tempo su questo blog.

E’ capitato che io e mio padre siamo andati a cena al McDonalds, questa settimana. Ci siamo seduti fuori, perchè dentro era caldo. Io ho preso come sempre l’unico menù senza verdure, perchè non mi piacciono, non mi sono mai piaciute. Lui ha preso la stessa cosa, perchè non sapeva i nomi degli altri panini, o non aveva voglia di sforzarsi. Forse avrei dovuto aiutarlo a scegliere qualcosa di più classico, un Big Mac, non so.

Non è che ci siamo detti molto durante la cena, e non so se è un bene o un male. Non ero per niente tranquillo, con lui mi sento sempre come se dovessi dimostrargli qualcosa, qualcosa che però non ho e forse non avrò mai. Sono destinato a renderlo infelice. Che poi, infelice neanche tanto. Indifferente, più che altro. Mi rendo conto di architettare sempre qualcosa per risvegliare la sua attenzione, qualcosa che possa interessarlo in qualche modo, ma con scarsi risultati. Il più delle volte che mi convinco di considerare uno scambio di battute come complicità, ottengo l’unico risultato di risultare con le mie idee stravagante e persino fastidioso. Perchè dovrei avere voglia di partire per un viaggio in Vespa? Perchè dovrebbe darmi gusto farlo stare in pensiero? Non è così che dovrebbe leggermi, ma ormai è troppo tardi.

C’erano dei ragazzi qualche tavolo più in là, che ridevano e scherzavano fra di loro. In quel momento, e anche adesso, avrei voluto essere uno di loro. Uno qualunque, anche il più rozzo. Mi chiedo: se non fossi io, se fossi diverso, mio padre sarebbe forse felice? E’ contento di avere un figlio come me? O mi vorrebbe cambiare con qualcun altro? Sono solo “una croce, ognuno c’ha le sue, può capitare, che ci vuoi fare in fondo nella vita quel che ti tocca ti tocca” oppure posso ambire a valere qualcosa per lui?

Ma lui continua a mangiare, si alza un po’ di vento che fa volare i tovaglioli. Non mi dice niente.
Non saprò mai niente probabilmente. Resterò con il desiderio di essere qualcun altro e il senso di colpa per essere io.
Provo a dire qualcosa di simpatico, perchè mi andrebbe di ridere per qualche stronzata.
Vorrei dirgli “Oh, mi dispiace se sono così, ma ti giuro che non è colpa mia… Se potessi sarei un figlio migliore ma non ci riesco… Però mi ci impegno eh, non è che mi dà gusto a deludere la gente… Scusami… Vedi quello che puoi fare con me…”

Ci alziamo e torniamo a casa, lascio che guidi lui, avrei voglia di addormentarmi sul sedile e dormire per i prossimi 5 anni.
Siamo a casa, anche stavolta è andata così. Lui continuerà a fare la sua vita, senza voler sapere niente di me, e io la mia, senza luce come la canzone dei Dik Dik. Ma non basta dire che è la vita, a spingerci verso direzioni diverse.

Mcdrive

How soon is now?

27 dicembre 2010

E’ l’attacco prodigioso di Panic che fa scattare la gente. Balzano tutti, come tarantolati, e io che me li coccolo, e il sprono con voce stentorea, drammatica, vagamente oppiacea, quella voce che è Morrissey, e che certe volte, neppure Morrissey aveva…

C’è voluto del tempo, tanto tempo, e tante file vuote, tanta micragnosa voglia di farlo, di andare avanti comunque, ma poi, finalmente, i concerti sono diventati dei piccoli eventi, messe laiche per la tribù dei morrisseyani umbro-marchigiani, un passaparola tra adepti che si riconoscono al tatto, e allo sguardo. Quasi sempre triste.

E non potendo adorare l’originale, così distante, e finito troppo presto, finiscono per idolatrare questo strano clone che così follemente s’è impadronito dei loro cuori. No, io non sono un semplice coverista, e la nostra non è una semplice tribute band, e questo lo sanno bene, lo capiscono, lo sentono a pelle che io sono… sono uno di loro… e uno che davvero potrebbe pure sostituirsi a Morrissey, cazzo…

Specchietto retrovisore

Davvero, non c’è nessuno in Italia, in questo momento, che potrebbe rendere così struggente la storia di Back to the Old House, la gente resta così, in un silenzio spettrale, attonito e commosso, o l’incalzare sinuoso e trasgressivo di This Charming Man, cantata come neanche un Aldo Busi in overdose da assenzio avrebbe potuto, e poi The boy with the thorn in his side, allegra ma non troppo, e ancora Williams… urlata con furioso trasporto, quasi rabbiosa, e l’incedere marziale e sincopato di Girl Afraid, e poi, ancora, Cementry Gates, cantata da tutto il pubblico, quasi fosse un momento liberatorio… E io, come un Cristo appeso a una croce d’autoironia, che canto Heaven knows I’m a miserable now… oppure sparo a mille l’inconfondibile urlo. “I’m livin a sign” di Vicar in a Tutu, dilatando le note sino allo stremo, e in quel momento sentendomi il Re del mondo intero. E sì, diamine! Io ne sono il segno vivente.

Non sono sempre stato così, anzì. Gli inizi erano solo un ammasso di platee vuote e indifferenza, di urlacci del pubblico verso la mia teatralità spiazzante e ambigua, e io che ricambiavo allegramente, mostrando un dito o una regale indifferenza…

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